Il mio primo incontro con Reza data dell’estate 2001. In quegli stessi giorni Genova, la mia città, bruciava travolta da un drappello di giovani anarchici violenti scesi dalle brume del nord Europa, poi brutalmente respinti da forze dell’ordine Italiane incapaci comunque di gestire i nuovi fenomeni di guerriglia urbana di cui ormai i nostri telegiornali traboccano. Io, col numero di telefono e l’indirizzo di una persona che non conoscevo (« Ingegner Reza Ferdowsi – 80 Kaveh Boulevard, Tehran ») stavo invece iniziando il primo viaggio in un paese divenuto poi in seguito un po’ una mia seconda casa : l’Iran.

Iran / Seconda casa

L’aereo che da Istanbul porta  a Tehran già allora attraversava una zona desolata e brulla, oggi tristemente nota come la piana dei tagliagole dell’Isis. Al sorvolo della capitale del Kurdistan Irakeno, città sumera e oggi capoluogo di una regione ricca e moderna, anche se costantemente minacciata da violenza e guerre, il paesaggio cambia radicalmente: la roccia brulla della piana si increspa, i pendii si fanno più scoscesi, alberi sempreverdi e rigogliosi prendono il posto della vegetazione tipica della zone predesertiche. La regione dove la maggior parte dei Kurdi di origine Iraniana si sono oggi raggruppati é una terra ricca d’acqua e di verde. E’ nota agli altri abitanti della Repubblica Islamica d’Iran soprattutto per le alte cime innevate, le strade impervie e poco trafficate e per la prossimità con quello che fino all’arrivo delle multinazionali americane del petrolio, (dopo la caduta del governo del primo ministro Mohammed Mossadegh nel 1953) era il crogiuolo della biodiversità Persiana : il mare Caspio. Deturpata oggi dalle condotte degli oleodotti e da vetuste raffinerie inefficienti (costruite dagli americani negli anni 50, poi nazionalizzate dopo la rivoluzione del 1979, ma mai rese più performanti o meno inquinanti), questa zona dove le vecchie famiglie dell’alta borghesia dell’epoca Qajara e di quella dei Palavi amavano trascorrere in villeggiatura le loro vacanze estive, lontane dallo smog e la calura di Tehran, rimane il polmone verde del paese.

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L’arrivo a Tehran all’aeroporto internazionale Imam Khomeini si fà scollinando proprio le alte montagne che dividono Kurdistan Iraniano e mare Caspio (i molti Albortz), principale fonte d’acqua della capitale e dei molto contemporanei ed universali sogni di weekend fuori porta in famiglia. L’aeroporto si trova in realtà a pochi chilometri da Qom, una delle capitali religiose di questo paese estremamente pio, ma già all’uscita é possibile fare la conoscenza di due dei fenomeni più evidenti della Persia contemporanea : il traffico e lo smog, a tratti insopportabile, che circonda e avviluppa la città di Tehran. Oggi Tehran é una città di circa 18 milioni di abitanti, che si sviluppa addossata appunto al fianco sud della catena montuosa più alta del paese, dai 1500 metri di altitudine dell’aeroporto Khomeini ai 1850 metri dei quartieri ricchi di North-East Tehran, residenza di una classe borghese internazionale e colta.

E’ proprio li’, al Niyavaran Palace, residenza « pop » dell’ultimo Shah Mohamed Reza Palavi e oggi uno dei numerosi uffici dell’onnipresente amministrazione pubblica Iraniana, che incontro colui che diventerà poi la mia guida di quel viaggio e dei successivi fatti da allora sulle terre dell’ex Impero Persiano. Reza é un giovane uomo intraprendente che, tra le molte altre cose, si guadagna qualche soldo pure prestando i suoi contatti alle agenzie di viaggio che preparano i visti agli stranieri in visita. Reza ha 25 anni, é ingegnere civile ed é originario di Esfahan. All’uscita dall’università, ambizioso, pieno di energia e gioia di vivere, ha creato una sua impresa di costruzioni edili ed é molto fiero di fare lavorare 6 persone della sua città. In quei giorni dell’estate 2001, Reza era a Tehran coi suoi muratori per completare il restauro della facciata dell’Ahmad Shahi Pavilion, già residenza del delfino dello Shah Reza Palavi ma poi, non senza un tocco di humor a metà tra l’arte politica, il nazionalismo e la propaganda, trasformata dal regime di diritto « canonico » dei mollah sciiti in un museo alla memoria della rivoluzione del 1979. Di questa, che é stata senza dubbio la casa di un figlio di papà alto borghese, ricco ed arrogante, oggi i dottori della legge fedeli al messaggio degli « inseparabili » (gli ayatollah Khomeini & Khamenei) hanno, non senza civetteria, conservato soprattutto tutti i segni esteriori di una ricchezza malacquisita: il giovane Ahmad Palavi era pilota di aerei, e ne collezionave di tutte le taglie posizionandoli, con una logica stringente da bimbo educato da madre libera, occidentale e sensibile allo sviluppo della personalità e della fantasia della prole, esattamente tra la sua collezione di Topolino e due tele di Andy Wahrol e Fernand Léger (che Farah Dibah aveva ricevuto in regalo da ricchi ammiratori suoi e del marito Reza Palavi).

La facciata della piccola dependance del Niyavaran Palace necessitava sicuramente di un vero lavoro di restauro e costituiva quindi una bella commessa, ma il mio amico Reza (« non Reza come l’ultimo Shah », mi dice, « ma come il profeta Reza », figlio del settimo imam dopo Maometto, quello dello scisma tra Sciiti e Sunniti) non era felice. Una delle più belle parole persiane insegnatemi da allora dal mio amico ingegnere é khoshobesh, che significa più o meno letteralmente « felice nella pienezza della vita e della gioia ». In quell’estate 2001, il mio amico Reza non era pero’ khoshobesh, ma molto inquieto, per vari motivi : la sua giovane moglie Nasy, studentessa di pedopsicologia infantile all’università di Esfahan, gli mancava parecchio (in realtà, appresi poi che al mio arrivo si erano appena dolcemente litigati al telefono: lui insisteva a dirle che avrebbe voluto 6 figli, 3 maschi e 3 femmine, mentre lei pensava che 2 maschi e 2 femmine potessero bastare..). Ma cio’ che lo preoccupava di più, e me lo diceva mostrando col dito la piana a Sud di Tehran dal balcone della residenza del principino, era quella cappa di smog e nebbia che già allora permeava una città senz’anima, dove i terreni valevano ancora abbastanza poco, ma i palazzi e grattacieli in cemento armato nascevano già in modo totalmente incontrollato, tra ragantele di strade e superstrade. Queste erano e sono ancora molto larghe, ed in grande numero, ma ancora oggi sono sempre intasate di vecchie Renault e di macchine americane di prima della rivoluzione (auto che gli Americani continuano peraltro a vendere agli Iraniani, usate e senza pezzi di ricambio, grazie al supporto dei contrabbandieri Turchi : solo questi personaggi senza scrupoli riescono ad aggirare le sanzioni economiche imposte al governo dei mollah sciiti, dallo stesso governo federale Statunitense, oltretutto..).

Per quanto non un militante, la lucidità politica e la sensibilità socio-economica del mio amico Reza erano alquanto sorprendenti già allora, per un giovane ingegnere civile di 25 anni. Nella mia prima estate Iraniana, Reza mi spiego’ cosi’ che la rivoluzione del 1979 era stata fatta dagli studenti, ma poi sequestrata dai dottori della legge di diritto « canonico » Islamico (i mollah, che non sono pero’ dei « preti » nel senso cattolico del termine, ma dei giuristi e degli intellettuali, generalmente pii – per quanto la natura umana possieda poi varie gradazioni di grigio, ovunque.. – e solitamente sposati, con una sola moglie: per gli sciiti la poligamia é infatti proibita). Tale « sequestro » e tradimento degli ideali rivoluzionari era stato possibile solo grazie al supporto attivo dei Pasdaran, già guardia privata dello Shah e successivamente passati, non senza spregiudicatezza, dalla difesa della causa di chi venne torturato negli anni 70’ dalla polizia segreta dell’ultimo Palavi (gli studenti universitari impegnati e, per l’appunto, i mollah) a quella del capitale finanziario: pochi lo sanno, ma a partire dagli anni 90’ i Pasdaran hanno a poco a poco preso il controllo di pezzi dell’economia Iraniana, e oggi il loro fondo pensione possiede quote nella società del metro di Tehran, nelle ferrovie dello stato, nei porti del paese, .., e varie industrie che fanno armi, oltre che numerose società fondiarie (da « lacrime & sangue » a « cemento & metallo », mi diceva già allora, con un certo senso della formula, il mio giovane amico).

Reza é originario della regione centro-meridionale del paese. Incastonata tra due catene montuose (i monti Zagros e i monti Zardkouh) che sorpassano entrambe i 4.000 metri di altitudine, Esfahan é stata capitale dell’Iran sotto la gloriosa dinastia Safavide, proprio negli anni in cui gli scritti del Vasari e del Bernini consegnavano alla storia le gesta architettoniche di Lorenzo il Magnifico, di Michelangelo e del Brunelleschi, facendo del Rinascimento fiorentino uno dei capisaldi dell’odierna, nascente, identità comune Europea.

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Dopo questo primo incontro con Reza, nell’estate 2001, ho visitato Esfahan, definita nel 1937 da Robert Byron « tra quei posti molto rari, come Atene o l’antica Roma, che dànno un comune respiro all’umanità[1] ». Oggi molti luoghi a Esfahan sono patrimonio mondiale dell’Unesco (come la famosa, colorata e gioiosa piazza di Maydan, seconda per taglia nel mondo alla sola – militaresca e sinistra, peraltro – piazza Tienanmen di Pechino, e dove molti secoli fà i cavalieri e le amazzoni Selgiuchidi inventarono il moderno gioco del polo). Ma cio’ che distingue Esfahan da una megalopoli contemporanea e inquinata come Tehran é da un lato la presenza di piani di sviluppo urbani che rimangono sempre molto ben pensati e realizzati dalle autorità locali (con tempistiche peraltro anche peggiori di quelle dei cantieri Italiani che intervengono sul tessuto urbano di città storiche, dove i vincoli alla preservazione del patrimonio rendono solitamente « incerti » i tempi di completamento delle opere) e dall’altro la presenza di grandi spazi verdi « non casuali ».

Per lungo tempo, il giardino (« Bagh-e ») del Palazzo di Chehel Sotun, che segna l’apogeo della dinastia Safavide, ha ispirato e contaminato la cultura del giardino Islamico, dalla Spagna moresca all’India Moghul (il Taj Mahal di Agra, mausoleo della moglie preferita di un imperatore indiano di religione musulmana, Shah Jahan, data appunto del 1632, mentre il corpus centrale e l’impianto originario del Cehel Sotun della fine del 500’). E’ lo Shah Abbas I che sposta la capitale della Persia da Qazvin a Esfahan, nel 1587, inaugurando anche una nuova stagione per il giardino Islamico, ovvero gettando le basi del giardino Persiano « contemporaneo »: finita l’éta dell’oro, quella dei sogni del giardino dell’Eden o dei pensili di Babilonia, ma forti della millenaria cultura matematica del popolo Persiano e ormai Sciita, al Bagh-e Cehel Sotun i nuovi sovrani dell’attuale Iran fecero propria la purezza dei pensieri e delle forme del cartografo, astronomo e matematico uzbeco Al-Khwarizmi, e soprattutto di Omar Khayyam, nativo di Nishapur, vicino Mash-had, nel deserto Iraniano del Dasht-e-Kavir e oggi città santa dell’Islam sciita. Definito « uno dei più grandi matematici del Medioevo [2]» , gli si devono, tra altre cose, il primo trattato d’algebra in cui si utilizzano sistematicamente, partendo da definizioni di geometria Euclidea già allora universalmente note, le equazioni cubiche e le potenze. Direttore dell’osservatorio astronomico di Esfahan a partire dall’anno 1074 d.C., Omar Khayyam ha riformato il calendario persiano, introducento l’anno bisestile (il nostro calendario occidentale, detto « giuliano », ha peraltro fatto sue la maggior parte delle innovazioni di questo calendario persiano dell’XI secolo).

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La perfezione matematica delle forme, già cara al Khayyam, unita all’armonia totale tra Natura e le stagioni dell’anno, é l’asse portante di Bagh-e-Sotun, il giardino del grande Shah safavide Abbas I. Tutti gli elementi del giardino moghul e del Taj Mahal sono quindi presenti, ad una scala ovviamente inferiore, in questo giardino di Esfahan noto anche come giardino del palazzo dalle « 40 colonne ». In effetti, le colonne lignee del Cehel Sotun (che datano appunto della fine del 500’, e sono ancora estremamente ben conservate) sono soltanto 20, ma per un gioco di forme e di specchi tutto matematico sembrano 40 ad ogni viaggiatore che vi giunga dalla porta principale con l’occhio attento e lo spirito aperto alla scoperta : é la vasca centrale, cuore pulsante di tutto il sistema paesaggistico del giardino islamico contemporaneo, in cui l’acqua segue essa stessa, immutabile, il ritmo e le luci delle stagioni, che offre al turista curioso questo magico effetto, introducendo nello spazio architettonico cio’ di cui oggi parlano tanto anche filosofi ed esegeti della post-moderna realtà digitale, o virtuale « aumentata » (la quarta dimensione). Contrariamente ai social networks, tuttavia, la quarta dimensione é molto ben visibile (vuoi « reale ») nel colonnato e nel plan d’eau del Bagh-e-Sotun, la cui magia si declina poi nelle varie vie di fuga laterali dei canali che irrigano questo verdeggiante giardino dell’Iran centrale.

Bagh-e e Cehel Sotun sono luoghi che respirano la storia e la fratellanza dei popoli: basti pensare ai meravigliosi affreschi della sala centrale del palazzo, il cui corpus principale data della fine del 16mo secolo, e che mostrano scene di battaglie certo, ma anche di feste, musica e canti in cui i ricchi dignitari della dinastia regnante turcomanna si mischiano (grazie anche all’innegabile potere federativo del vino Iraniano, la cui produzione millenaria si é tuttavia arrestata coll’arrivo al potere dei mollah nel 1979) a uomini e donne in festa di etnia ariana, abissina, indiana, greca, …

Che Esfahan e Cehel-Sotun siano rimasti da allora luoghi aperti agli scambi col mondo é visibile anche dagli affreschi dei tre portici esterni del palazzo, di epoca successiva (fine 17mo secolo), in cui gli ambasciatori e messi del re di Francia vengono rappresentati col costume tipico della guardia personale del Cardinale Richelieu (i famosi « moschettieri » del re). La sensazione che si ha percorrendo le navate laterali del giardino Bagh-e-Sotun é che questo luogo, per quanto non piu’ al centro del mondo moderno come nel 16mo e 17mo secolo, sia rimasto un luogo d’intensi scambi e di vita : proprio vicino ad una « statua » dedicata alla morte dell’albero più vecchio del giardino (che é stato appunto disteso, a mo’ di statua e con tanto di didascalia esplicativa, a perpendicolo sull’asse laterale destro del giardino) faccio la conoscenza di un gruppo di giovani, ragazzi e ragazze. Queste ultime erano vestite secondo i canoni imposti dal regime dei mollah (un foulard sulla testa ed un impermeabile che ne copra le forme e rotondità più « provocanti »), una divisa che loro avevano peraltro rivisitato in versione contemporanea ed allegramente « pop ». Appresi che questo gruppo di studenti universitari si dava regolarmente appuntamento sulle panchine del parco del Cehel Sotun, per scambiarsi punti di vista e segreti su una delle arti più in voga tra i giovani Iraniani : la fotografia artistica. Lontano dai cliché del paese repressivo ed oscurantista, questi giovani mi diedero cosi’ una delle tante lezioni di vita avute in Iran, che da allora cerco di non dimenticare mai: la realtà di solito non é mai come te la rappresentano gli altri (nel mio caso, i media occidentali), ma per capirla davvero é necessario vederla dal tuo punto di vista. Ovvero, con gli occhi del fotografo. Gli scatti che colorano le pagine di questo racconto dei miei viaggi in Iran penso siano stati in qualche modo arricchiti dalla saggezza millenaria di questi giovani uomini e donne di Esfahan.

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Qualche anno dopo ritrovai Reza e la bella Nasy ad Esfahan. Dei 6 (o 4..) figli che avevano « in cantiere » dall’estate 2001 ed il restauro della facciata del Niyavaran Palace di Tehran, per il momento, non ne era arrivato ancora nessuno, ma l’amore tra il mio amico ingegnere e la sua giovane sposa sembrava davvero a prova di bomba o altri ordigni di distruzione di massa. Nasy era quasi alla fine dei suoi studi universitari e, ancora giovani entrambi, i due piccioncini avevano in effetti deciso di aspettare ancora un po’ prima di abbandonarsi all’ebbrezza della progenitura. Ad ogni modo, « totalmente khoshobesh », per utilizzare espressione cara al mio amico Reza.

In effetti, la destinazione di questo mio secondo viaggio non era tanto Esfahan (che rivedevo peraltro con grande piacere, trovandola anche più viva e solare di quanto non mi fosse già apparsa due anni prima) quanto Shiraz, 450km a sud della capitale della dinastia Safavide. Situata 10km a sud dalle maestose rovine di Persepoli, la città in cui gli imperatori della dinastia Achemenide (Dario, Serse, Ciro, Artaserse, ..) ricevevano i re delle 28 nazioni su cui questa stirpe d’imperatori regno’ per lunghi secoli (dal 750 a.C. fino all’avvento di Alessandro Magno, intorno al 330 a.C), si dice che Shiraz abbia a lungo rivaleggiato con Baghdad, dalla nascita di Cristo fino a poco dopo l’anno 1000, per l’esuberanza della sua vita artistica. Cio’ che é certo é che Shiraz ha dato i natali ad alcuni tra i poeti più noti, rispettati ed anche venerati della cultura Farsi (la tomba/santuario del grande poeta Hafez’, che ha vissuto e lavorato a Shiraz dal 1325 al 1389 d.C., é visitata ogni anno da migliaia di Iraniani) e che ospita anche alcuni dei giardini più verdi e risplendenti del paese.

Il giardino di Bagh-e-Eram (traducibile come « giardino del paradiso ») é in effetti dal 2011 sulla lista dei 9 giardini Iraniani patrimonio mondiale dell’Unesco (anche Bagh-e-Sotun ne fa parte). Noto per i suoi altissimi cipressi, il giardino é stato completato all’inizio della dinastia Qajara (che regno’ dal 1786 al 1925 sul paese, trasferendo poi la capitale del regno da Shiraz a Tehran) ed é sicuramente un bell’esempio del millenario gusto persiano per l’equilibrio e l’armonia tra forme e Natura. Ma cio’ che ha più ritenuto la mia attenzione durante questo viaggio nella capitale della dinastia Zand (1747-1786) é stata pero’ l’osservazione della rielaborazione del modello di giardino (che ho definito del « giardino persiano contemporaneo » di Bagh-e-Sotun) adottato in seguito a tipi di luoghi pubblici alla base non destinati a divenire un parco. Il mausoleo del poeta Hafez’ é, da questo punto di vista, un ottimo esempio di come alcuni elementi del parco di Bagh-e-Sotun siano ormai entrati nella cultura contemporanea del giardino persiano, rivisitati a volte, ma sempre e comunque presenti : la grande vasca e l’asse centrale, rappresentato da un canale d’acqua lungo il quale si sviluppano poi le « navate laterali » del giardino. Tali navate sono in realtà uno spazio verde in cui la Natura (vuoi la sua quintessenza molto stilizzata) é celebrata, quasi sacralizzata, alla stregua delle nostre chiese o cattedrali cattoliche dove le navate laterali sono appunto i luoghi della preghiera, del raccoglimento, o della confessione (un rito ignoto alla religione musulmana, ma facilmente assimilabile alle numerose discussioni ed incontri che i credenti di fede islamica hanno coi propri imam, fuori dalle moschee, ovvero in altri luoghi pubblici come per l’appunto i giardini).

Il giardino islamico del mausoleo di Hafez’, creato nel 1773 dall’ultimo shah della dinastia Zand, Karim Kahn, integra anche un elemento non presente in Bagh-e-Sotun : il « declivio ». Il giardino e la sua vasca centrale (il giardino del mausoleo di Hafez’ ha in realtà due vasche simmetriche, ed il canale centrale tipico del giardino persiano vi passa in mezzo) non servono più, come anche nel Taj Mahal, a proiettare verso l’infinito e la quarta dimensione le linee semplici e perfettamente simmetriche dei palazzi che tali giardini circondano, bensi’ a creare una sorta di « piedistallo » che mette appunto in valore l’immobile centrale (il mausoleo e la tomba di Hafez’). Il canale da semplice « marranella » centrale si trasforma quindi in una piccola cascata che aggiunge movimento all’insieme paesaggistico del giardino. Spesso questa cascata é al centro di una scalinata, semplice o a doppia elica.

Il primo esempio di questo giardino persiano « a declivio » cui Karim Kahn si é ispirato per gli spazi verdi del mausoleo di Hafez’ é il mitico giardino Bagh-i-Takht, o « giardino del Trono » di Shiraz. Ormai scomparso e visibile solo attraverso le foto di inizio 900’ del Gotheib, un precursore del turismo archeologico, si pensa che il giardino del Trono di Shiraz datasse in realtà di ben prima l’avvento degli Zand in questa capitale del sud dell’Iran, ovvero d’intorno all’anno 1100 d.C. Ispirato al modello di giardino « ideale », o giardino dell’Eden, ed avvolto nel mito della regina Semiramide e dei giardini pensili di Babilonia, Bagh-i-Takht vale probabilmente a lui da solo una delle appellazioni con cui il « giardino persiano », partrimonio mondiale dell’Unesco, viene definito oggi dagli specialisti : giardino del paradiso. Non volendo entrare qui nell’esegesi di una riflessione sul Sacro e sul relgioso che ci porterebbe lontani da questi pochi appunti di viaggio e foto di giardini, mi limitero’ a dire che la struttura « a declivio » di Bagh-i-Takht, un parco per l’appunto (« bagh »), non é servita solo nel 18mo secolo come modello per la riorganizzazione degli spazi verdi attorno al mausoleo di Hafez’, ma ha varcato le frontiere dell’Iran ben prima di tale data : tale struttura di parco o giardino « a declivio » ha in effetti avuto i suoi epigoni un po’ ovunque nel mondo (basti pensare a quanto fatto da André Le Nôtre al Parc de Sceaux, alla fine del 17mo secolo, per la residenza di Colbert e di suo figlio, il marchese di Seigneley).

Il giardino del mausoleo di Hafez’ non é quindi né il primo né il più brillante esempio di questo secondo tipo di giardino persiano « a declivio », ma rimasi poi sorpreso nel trovare la stessa identica struttura nel piccolo giardino del mio hotel di Yadz, la seconda città più vecchia del mondo dopo Uhr, situata nel deserto Dasht-e-Kavir 350 km a nord di Shiraz, oltre i monti Zagros. Mostro anche alcune immagini del giardino di tale hotel di Yadz (che é stato costruito solo poche decine di anni fa, sul modello di un caravanserraglio mamelucco, ma con in più un gradevole giardino dallo stile molto ben riconoscibile). Tali giardini « a declivio » dell’Iran di oggi non hanno probabilmente più molto a che vedere col modello di Bagh-i-Taktht o coi giardini pensili di Babilonia ma, congiuntamente al modello tradizionale di giardino «a vasca centrale », costituiscono sicuramente la seconda grande tipologia di « giardino persiano contemporaneo ».

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Di ritorno a Tehran, qualche anno dopo, memore ma non troppo dei miei due precedenti viaggi a Esfahan, Shiraz e Yadz, sulla via della seta di Marco Polo, decisi di re-immergermi rapidamente negli innumerevoli stili e culture proprie all’impero persiano e cominciare le mie visite dal Palazzo di Golestan.

Situato nel centro di una sempre più viva, ma anche inquinata, Tehran, il Golestan é a mio giudizio un chiarissimo esempio della svolta « pop » imposta dall’ultima dinastia degli Shah di Persia (i Palavi) allo stile e alla cultura millenaria dell’Iran. La caratteristica principale dello stile del palazzo e del giardino del Golestam é precisamente « l’assenza di stile ». Per quanto di un sicuro valore turistico, e anche un po’ propagandistico, il Golestam (la cui struttura originaria, fortemente rimaneggiata dai Palavi, data della seconda metà dell’Ottocento) é oggi una sorta di « compendio » dei vari stili architettonici e pittorici delle più grandi dinastie che hanno regnato sul paese. Alla base il Golestam doveva essere la celebrazione della penultima dinastia regnante, i Qajari (1786-1925), coloro che spostarono la capitale da Shiraz a Tehran e fecero di tale insieme di giardini e palazzi il luogo del loro potere su tutto il paese. E cosi’ doveva essere il Golestam originario : costruito tra il 1848 ed il 1896, l’antenato dell’odierno « Palazzo dei Fiori » era in realtà una vera e propria cittadella. Sede del potere Qajaro, dei vari ministeri e uffici dell’amministrazione pubblica Iraniana, aveva un’estensione pari a circa 5 o 6 volte le dimensioni attuali. Cio’ che ne rimane é purtroppo una sorta di sintesi malfatta, ad usum delphini, una vera e propria accozzaglia di stili: i Palavi (per motivi facilmente comprensibili a chi si interessa alle dinamiche del potere, della politica e dell’influenza) ne distrussero « a sfregio » la maggior parte, mantenendone solo quello che puo’ facilmente essere assimilato ad un trofeo.

Senza spero creare macabri paralleli con la barbara attualità di Siria e nord Iracheno, i Palavi si tennero cosi’ solo la testa del Golestam, dando forse per la prima volta una tragica anteprima di quello che diventerà poi uno dei regni più odiati ed odiosi del XX secolo. Questa cultura della dinastia Palavi (o piuttosto contro-cultura, vuoi quasi « assenza di cultura » nei casi precisi del Golestam d’oggi, o del Niyavaran Palace), che ho definito « pop », é proprio questo : il bello inutile, il bello per il bello, il bello pacchiano, il bello incomprensibile delle persone immeritatamente ricche e prive di gusto. Purtroppo, anche « bello arbitrario » che puo’ facilmente trasformarsi nel mostro che é stata la prigione politica dello Shah Reza Palavi (Ebrat), dove il bello veniva torturato ed ucciso per la sola ragione di non essere né « bello di moda » né « bello utile » o « servile »[3].

Il Golestam rimane una passeggiata piacevole, ma la struttura del giardino persiano contemporaneo vi é talmente diluita da diventarvi pressoché irriconoscibile. Oggi al Golestam ci sono 7 palazzi uno accanto all’altro, di almeno 5 stili differenti, ed ognuno di essi ha un giardino islamico : questi edifici sono pero’ disposti a cerchio, e quindi l’asse centrale del giardino del palazzo del Sole, Shams-Al Emarat (che occupa, imponente, tutto il lato est del complesso del Golestam) interseca quelli dei giardini degli altri palazzi di stile Qajaro, Zand, Turcomanno, …, creando quindi una vera e propria cacofonia di stili.

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Oggi Tehran é una città sfregiata, ma che lotta, cresce e si ribella anche a chi a volte nega pure l’esistenza stessa di una cultura e civilizzazione persiana millenaria. E’ in questa città in piena ebollizione che ho ritrovato il mio amico Reza Ferdowsi durante il mio ultimo viaggio in Iran. 2 dei 4 (o 6…) eredi del mio simpatico amico ingegnere sono ormai nati e vivono con mamma Nasy nella bella Esfahan. Reza continua ad essere fiero di riuscire a fare lavorare gente del suo paese a Tehran. Il suo nuovo cantiere: il giardino del Niyavaran Palace di Tehran Nord (lo stesso alla cui finestra lo incontrai per la prima, qualche anno prima). Ora Reza mi spiega che il problema per fare uscire dal cemento di Tehran quello che senza dubbio sarà il primo giardino persiano « post-moderno » (o post-rivoluzione « pop ») non é il tanto vituperato oscurantismo dei mollah al governo (che fin dalla caduta dell’ultimo presidente nazionalista, peraltro totalmente laico, si sono pure messi all’economia « verde »..) né lo sciacallaggio dei Pasdaran (ora impegnati nell’elettrificazione della grande rete ferroviaria del paese, vuoi nella costruzione di faraoniche moschee sciite dedicate alla celebrazione degli inseparabili Khomeini & Khamenei), bensi’ pratiche immobiliari abbastanza « spregiudicate » ma ormai profondamente radicate nel micromondo della crescente borghesia di Tehran.

In un paese grande (80 milioni di abitanti, in crescita), ma ancora estremamente chiuso al mondo esterno, con una moneta, il Rial, il cui valore perde circa il 28-30% ogni anno, con regolarità, i ricchi Iraniani (con il placet dei mollah e dei Pasdaran al governo) hanno capito che per mantenere il valore dei loro risparmi l’unico investimento che presenta qualche solidità é il cemento[4]. Con un meccanismo proprio all’economia totalmente regolata dell’Iran, la maggior parte degli Iraniani che possiedono un terreno lo dànno in comodato d’uso a promotori immobiliari, i quali versano subito ai proprietari del suolo una caparra, anche molto sostanziosa. Tale caparra, come succede anche da noi per contratti simili, non appartiene più ai proprietari del terreno, bensi’ ai promotori. Tuttavia, gli interessi maturati su questa caparra (depositata in una delle numerosissime banche locali Iraniane) vengono incassati ancora dal proprietario del terreno, e non dal promotore, il quale ha quindi un interesse a tirare su in fretta un immobile e a farlo occupare da chi gli paga un affitto, per recuperare a sua volta caparre dagli affittuari (ovvero tesoreria), oltre che i loro affitti quando possibile, e per iniziare quindi anche lui a guadagnare interessi. Tali interessi legali percepiti sulle caparre sono poi indicizzati sull’inflazione, ovvero sempre superiori di 2 o 3% alla perdita del valore relativo, ma costante, della moneta iraniana rispetto alle altre valute « forti » del mondo. Come rendere dunque « profittevole » un giardino persiano contemporaneo, in modo da disincentivare i proprietari di terreni a darlo in comodato d’uso a promotori immobiliari con pochi scrupoli, che costruiscono quasi esclusivamente grattacieli di cemento per incassare affitti e caparre?

Il mio amico Reza non é economista, per cui questa risposta non la ha. Ma ha ricevuto, da un ricco borghese di Tehran che ha fatto fortuna con l’import/export di cucine Italiane e altri oggetti di design contermporaneo una commessa ferma per ultimare il restauro dei 10 ettari del giardino della brutta residenza « pop » dei Palavi (i mollah gli hanno in effetti venduto il giardino del Niyavaran, senza troppi stati d’animo). Questo giardino, del tipo « giardino persiano contemporaneo a declivio », esiste quindi già, ma necessita sicuramente di un restauro, vuoi di un ringiovanimento generale : Reza ha progettato un teatro « mobile » (chiuso d’inverno, aperto d’estate), polifunzionale (la tradizione centenaria dei festival di poesia persiana é ormai soppiantata nel cuore della gente da un cinema Iraniano in piena ebollizione, pluripremiato in tutti i maggiori festival cinematografici del mondo), che potrà quindi ospitare oltre agli spettacoli e alle proiezioni cinematografiche anche concerti di musica all’aperto, o festival di poesia un po’ « vintage » (comunque ancora molto popolari nelle altre città Iraniane di provincia). « Fare musica all’aperto non é vietato nel tuo paese ? » chiedo un po’ sbigottito al mio amico Reza. Il quale, sorridendo, mi risponde un po’sibillino : «khoshobesh, my friend: inschallah!».

Speriamo che questo rinnovato giardino di Niyavaran venga dedicato agli studenti che hanno perso la vita, nel 2009, durante le folli giornate di sommossa represse nel sangue da Pasdaran e militari ormai troppo distratti dai loro interessi finanziari per ascoltare i lamenti del proprio popolo, moti che hanno fatto seguito alla contestata rielezione di un presidente nazionalista e totalmente laico (un presidente « macchietta », che veniva e viene sempre visto con un certo disprezzo dall’oligarchia dei mollah comunque al potere, non totalizzante peraltro, né monolitico, dell’Iran). Dall’estate 2013 la Repubblica Islamica d’Iran ha un nuovo presidente (figura poi più simile ad un nostro « primo ministro ») : é un mollah riformista e moderato, ben visto tanto dai Conservatori che controllano l’organo che funge al tempo stesso da « Presidenza della Repubblica » e da « Curia » del paese (il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione), tanto dai mollah Riformisti e da quelli Progressisti (che controllano invece altre istituzioni, come l’organo equivalente alla nostra « Corte Costituzionale »). Il nuovo presidente sta agendo con posatezza e pragmatismo, soprattutto sulla scena internazionale, e gli animi in Iran si sono quindi molto calmati. L’Iran rimane pero’ un paese giovane, che vuole aprirsi al mondo più di quanto il regime dei mollah non sia oggi pronto ad accettare. La Storia, ovvero i conti fatti con la propria storia, sono tuttavia un problema comune anche alle nostre tanto esemplari « democrazie occidentali », e ci vorrà forse ancora qualche anno prima che il giardino del Niyavaran possa essere intitolato agli studenti morti per difendere la loro libertà ed il loro futuro. Khoshobesh, inschallah.

[1] Byron, R. « The Road to Oxiana », 1937

[2] Sarton, G. « Introduction to the History of Science », Washington, 1927

[3] Tra il 1971 ed il 1979, dopo «i fatti» delle Olimpiadi di Monaco di Baviera, circa 2000 tra giovani dissidenti politici, studenti impegnati, mollah e « prelati » critici verso il regime dei Palavi vennero rinchiusi in questa prigione di Ebrat a Tehran : più di 300 di loro vi morirono, vittime di atroci torture

[4] Queste linee vengono peraltro redatte in un momento in cui il petrolio, prima risorsa e fonte di ricavi in valuta straniera del paese, ha perso più del 50% del suo valore in 2 anni