Caro cittadino My Zaman Senior,

Leggo i suoi commenti sempre con grande attenzione, come già, studente, leggevo con grande attenzione i suoi contributi al dibattito scientifico in materie a noi care (l’Economia internazionale, il Diritto delle attività economiche). Ed é quindi con grande rispetto, ma anche con una certa risolutezza, che mi permetto di rifare un po’ di teoria dove lei consegna a noi tutti idee e proposte già estremamente concrete e applicate (che peraltro condivido in buona parte).

Partiamo da uno strumento con cui molti si gargarizzano ultimamente, lo strumento della « Analisi Costi Benefici ». Trattasi di uno strumento classico, fondamentale in economia e nelle altre scienze sociali, che purtroppo pero’ porta molto male il suo nome. Non si tratta in effetti di un’analisi su dati certi, ovvero un bilancino contabile di qualcosa che esiste o che é avvenuto (e che necessita di essere spiegato), ma di un esercizio prospettico complesso, che necessita di dati (tanti, possibilmente buoni) e soprattutto di una diagnosi iniziale e di qualche ipotesi solida, frutto di una visione strategica.

Più la diagnosi e le ipotesi di partenza sono leggibili per tutti, comprensibili e condivise, più questo esercizio prospettico si rivelerà efficace e un buon strumento di pilotaggio di sviluppo e crescita futura (sociale, prima ancora che economica). Perché lo sviluppo di una società e della sua coscienza di essere comunità si crea con la condivisione delle ipotesi di lavoro e con una visione se non univoca quantomeno unidirezionale del futuro. Un’analisi costi-benefici fatta da piccoli contabili di provincia, d’ignoranza crassa e comprovata arroganza, é quindi il contrario di uno strumento per lo sviluppo sociale: é una condanna all’isolamento, alla solitudine e alla povertà (anche, e soprattutto, di spirito, prima ancora che economica, che ne é la conseguenza).

Una buona analisi costi-benefici (lo ripeto: strumento prospettico di pianificazione e pilotaggio) deve misurare quanto di più difficile esiste in economia e nelle scienze sociali, ovvero le esternalità positive e negative, e le economie e diseconomie di scala e di scopo.

Le esternalità negative sono quelle che una comunità coesa tassa, per fare in modo che il loro negativo impatto ambientale e sociale sia compensato in qualche modo dal soldo di chi le crea (esempio: un sistema porto che distrugge le infrastrutture di una città, e non le paga). Quelle positive, di cui beneficia tutta una comunità e non solo pochi/e fortunati/e, sono quelle che una comunità coesa incentiva, anche col soldo (pubblico, prima ancora che privato: e questa precisazione é molto importante). L’economia di scala é cio che si crea una volta che un sistema locale (economico e sociale) funziona, ovvero si crea, con effetti moltiplicativi e progressivi, qualità della vita e benessere per tutta la comunità, che alla fine diventa luogo attrattivo anche per ospiti e amici/che varie; quella di scopo é quando si mettono in comune le forze e le risorse, per perseguire obiettivi magari anche unidirezionali, ma soprattutto ben diversificati, vuoi per produrre cose anche molto diverse fra loro (ambiente, benessere, qualità della vita, con tutte le sfumature necessarie e secondo i gusti e le preferenze di ognuno/a), ma partendo da risorse comuni (per definizione, scarse) e perseguendo obiettivi condivisi.

Una volta chiare queste cose, si potrà allora affrontare il problema alla base di ogni Analisi Costi-Benefici riuscita, ovvero la stima del « costo-opportunità » di fare una cosa, piuttosto che di non farla. Questo concetto di costo legato ad ogni opportunità (che non si creano mai da sole, né piovono dal cielo: bisogna cercarsele, vuoi costruirsele, le opportunità) é molto delicato, perché : (i) presuppone una reale volontà d’investire e di investirsi, diciamo per un Futuro migliore ; (ii) é traduzione in numero di un evento che non si é ancora prodotto, e quindi non é ancora né misurabile scientificamente (bisogna in qualche modo crederci, vuoi volerlo), ma non é neppure ancora un costo per nessuno. E poi, c’é un altro costo che, alla stregua del « costo-opportunità », é difficilmente misurabile, ma mortifero e ben più dannoso del costo-opportunità immaginato male : é il « costo della mancanza d’azione » (pubblica, prima ancora che privata).

Tutti questi « costi futuri », più o meno prevedibili e costosi, le esternalità e il loro contrario, le economie di scala e di scopo, per esistere e diventare Futuro reale (e bello, perché no, per tutti/e, nessuno/a escluso/a), necessitano di una larga base di dati di supporto tratti, per esempio : dall’esperienza di situazioni comparabili ; da dati nati per misurare altri fenomeni, ma che aggregati in un certo modo mostrano realtà non visibili allo sguardo distratto d’imbruttiti consumatori passivi di media sociali ; etc. Ma tutta questa produzione di dati e stime di futuri « Costi e Benefici » necessitano soprattutto di una diagnosi iniziale e di qualche ipotesi di base di buon senso, condivisa da tutti (via la discussione e lo scambio partecipato).

Veniamo quindi agli obiettivi del movimento « Si, Genova vuole Sviluppo », che tanti osservatori distratti (ma ci sono ovviamente pure i malintenzionati all’interno di questi distratti) si « divertono » un giorno a comparare al partito del PIL, l’altro ad avvicinare alla lobby del cemento, a quella del porto e degli industriali, a quella di terrorizzati commercianti, l’altro ancora a partiti di sinistra, a chiamarli borghesi, rivoluzionari, sindacalisti, giovanotti e giovinotte carine, anche se a un po’ sgradevoli (un simpatico anarchico sul muro del mio Blog mi ha recentemente avvicinato al ministro Salvini; giusto per farle capire a che livello la confusione, la manipolazione e la cialtroneria possono portare il paradosso e gli spiriti fragili).

Quello che il Movimento cerca di fare non é « divertente »: non facciamo cabaret, né intrattenimento per masse di tifosi imbolsiti. Quello che cerchiamo di fare é risvegliare l’intelligenza che spesso sonnecchia in fondo ad ognuno/a di noi, collegarla con le proprie emozioni (che ci vogliono sempre : siamo tutti umani e senza quelle non andiamo avanti), e trasformarle in un momento di condivisione di obiettivi (quelle che prima ho chiamato « diagnosi e ipotesi ») e di crescita sociale ed inclusiva per tutti quanti. Quello che lei dice, le sue proposte, sono frutto di una diagnosi ed ipotesi che probabilmente condivido, ma che sarei molto felice di discutere con lei fuori da questa macchina brucia cervelli e silura idee e buone intenzioni che sono i media sociali. In piazza, per esempio.

Ci vediamo domenica, in piazza De Ferrari #SiGenovavuoleSviluppo #20gennaio #mighesun #jesuislà #riprendiamociGenova

Con stima, e affetto,

My Zaman Junior